Approfondimenti: La professione oggi: tra l'innovazione e il consolidamento dei saperi e tra "l'inglese e l'italiano"
Postato il Mercoledì, 11 marzo @ 21:01:05 CET
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Inviato da: paolo79 "L'articolo, già pubblicato nell'ultimo numero di Dicembre 08 della rivista dell'ordine degli A.S. della Sicilia, vuole essere un input alla riflessione sulla professione oggi.
Prendo spunto per trattare questo argomento da una Lectio Magistratis sul lavoro sociale tenutasi a Marsala (Tp) il 03.10.2008, mi pare significativo e pragmaticamente rappresentativo raccontare dell’invito rivolto all’assemblea dalla relatrice prof Lena Dominelli circa la necessità di “scrivere in inglese” affinché le esperienze di studio e lavoro effettuate in Italia possano essere socializzate all’estero. A questo intervento ha fatto seguito quello di un collega che ha, appunto, aggiunto che è anche necessario che alcuni colleghi imparino prima a “scrivere anche in italiano”!
Va osservato che entrambe le osservazioni (della docente e del collega) rappresentano lo spaccato direzionale della professione oggi che da un lato è impegnata verso il raggiungimento di affermazioni professionali, istituzionali e universitarie, mentre d’altro canto il confronto con le attese del sistema dei servizi e istituzioni e delle stesse problematiche dell’utenza mette l’assistente sociale di fronte a sempre più numerosi interrogativi la cui complessità è indubbia.
Volendo mettere, dapprima, a fuoco i contenuti più significativi delle prospettive di sviluppo della professione, specie sotto l’aspetto formativo, mi pare doveroso richiamare l’attenzione sullo speciale inserto formazione pubblicato, a cura della commissione della formazione, sulla rivista nazionale dell’Ordine n°1 del 2007. Lo speciale prende in esame lo stato della formazione universitaria della professione sotto un ampio raggio e alle cui condivisibili considerazioni e conclusioni si rimanda, tuttavia sembra interessante portare l’attenzione specificatamente su alcuni aspetti, quali la necessità di pensare e garantire percorsi formativi universitari che possano dare all’assistente sociale una sempre più affermata e specifica formazione a partire da quelle che sono le materie tecniche e basilari della professione (metodi e tecniche del servizio sociale, principi e fondamenti del servizio sociale, organizzazione dei servizi sociali, politiche sociali) unitamente a percorsi di tirocinio professionale a cui sia data la reale importanza formativa teorico-pratica e i quali vengano strutturati con la massima attenzione e preparazione (e purtroppo non è sempre cosi).
Ogni professione appartiene prima di tutto alla propria storia, ai propri saperi e alla modalità con cui questi vengono utilizzati per le finalità della stessa. Pertanto il momento formativo, specie nelle sedi universitarie, diviene determinante per definire l’identità della nostra professione e il confronto con le altre professioni sociali e con la crescente complessità sociale ci porta a considerare positivo l’orientamento verso percorsi di studio quinquennali dai quali la professione deve uscire fortificata nelle proprie conoscenze (specie quelle tecniche) e capace di rendersi competente ad affrontare problematiche individuali e sociali vecchie e nuove.
Ritornando alla provocazione iniziale “italiano e/o inglese”, la domanda che mi pare debba essere posta è: “chi è l’assistente sociale oggi?” e ancora, verso quale direzione si sta muovendo la professione?
Consapevole che l’argomento necessiterebbe una lunga e articolata trattazione, tuttavia ritengo utile esporre alcune considerazioni.
L’oggi della professione è un terreno difficile da definire e comprendere specie se chi tenta di esprimersi in merito vive con passione e forte senso di appartenenza alla categoria l’attività lavorativa svolta che, come spesso accade, per le professioni sociali non si conclude mai con la fine del lavoro in ufficio ma continua anche negli spazi di vita personale e familiare finendo per essere una parte integrante e sostanziale di se stessi. Apprendendo delle numerose innovazioni e cambiamenti (specie quelli relativi all’ordinamento universitario), ho l’impressione che “l’oggi e il domani” siano su piani molto attigui, nel senso che la dimensione temporale si intreccia sino a confondersi con quelli che sono i desideri, le aspettative e i timori del futuro professionale dell’assistente sociale.
La certezza che tuttavia rassicura e aiuta a delineare i contorni delle prospettive future è senza dubbio la storia della professione. Questa lettura ci restituisce una professione autentica, profonda nei propri valori e capace negli anni di affermare (a ragione) i propri saperi e le proprie convinzioni mettendoli a disposizione dello stato sociale, dell’individuo, del gruppo e della società. È chiaro che se da un lato l’assistente sociale ha interagito con i suddetti attori per muovere verso un cambiamento, altrettanto vero è che la storia e lo sviluppo della professione è stato influenzato dai modelli e dalle condizioni istituzionali e sociali di riferimento, prima fra tutte uno stato sociale storicamente improntato su un modello assistenzialistico e di ciò bisogna far memoria per ripartire.
Bisogna, quindi, prendere atto che la società negli ultimi decenni è radicalmente cambiata così come sono cambiati i bisogni che la stessa esprime, le istituzioni pubbliche e private e anche il modello e l’interpretazione del Welfare State. Pertanto anche l’assistente sociale è chiamato ad interpretare se stesso in una nuova e sempre più competente veste professionale, a lui è chiesto di innovarsi senza rinnegarsi, di essere “adeguato” a sempre più complesse valutazioni che tengono conto delle moderne acquisizioni scientifiche (diritto, psicologia, psichiatria, sociologia, medicina ecc) e in sintonia con gli altri professionisti, con le istituzioni (anch’esse in continuo cambiamento) e prima di tutto con i propri saperi.
In tale direzione è indicativo il cambiamento in sede universitaria che la professione ha avuto, il quale è stato caratterizzato da un riconoscimento progressivo dei titoli di studio (scuola diretta a fini speciali, diploma universitario, laurea breve e così via sino ad arrivare alla Laurea Magistrale) anche se il mutare del nome del titolo di studio (assodato che ad un maggiore riconoscimento corrisponde un beneficio oggettivo per la professione) non mi pare essere andato di pari passo con un progressione teorico-pratica della professione. La direzione verso cui ci si sta muovendo appare pertanto incerta e poco confortano le risultanze dell’indagine della commissione formazione su citata circa la variegata offerta delle università che hanno istituito i corsi di servizio sociale, specie per le lauree magistrali, privando la professione di un’unitaria formazione (specie quella tecnica) che è poi identità e ancora competenza. Altro aspetto determinante è che se si va verso la formazione quinquennale (e non credo ci siano altre vie se si ricerca un confronto alla pari con le altre professioni), gli insegnamenti di metodi e tecniche di servizio sociale devono accompagnare inderogabilmente il bagaglio formativo della professione (e non solo nei primi 2/3 anni) arricchendolo di quei contenuti e competenze oggi indispensabili per confrontarsi con il sistema dei servizi sociali e dell’utenza.
Probabilmente è in questa chiave che si debbono leggere i problemi legati all’ “Italiano” cioè alla difficoltà di essere adeguati e pronti alle sempre più complesse valutazioni richieste, lungi da difese d’ufficio che in ultima analisi arrestano o rallentano il dibattito interno alla professione.
L’ambito di lavoro dell’assistente sociale che a mio avviso (e non solo, vedi in merito nota n°1981/2008 del 07/10/2008 dell’Ordine Nazionale assistenti sociali) oggi rende evidenti e palesi questioni di adeguatezza, affidabilità, capacità leggere ed interpretare fenomeni complessi e le responsabilità etiche, civile ed giuridiche connesse (oltre ad altre questioni accennate nella suddetta nota) è indubbiamente quello Minorile. Non intendendomi addentrare in un argomento così esigente di approfondimenti e non solo in tal senso, mi limito a dire che la formazione universitaria non dà, oggi, all’assistente sociale gli strumenti per gestire, come necessitano, le problematiche minorili e le questioni ad esse connesse. Questo è un argomento che va trattato con responsabilità e cui vanno pensate delle soluzioni in primis dall’ordine professionale (come d’altronde sembra stia già facendo) poiché alcunché può attendesi dal sistema istituzioni-servizi il quale si limita a criticare eventuali inadeguatezze della professione senza avere alcuna posizione costruttiva.
Andando infine “all’inglese” mi sembra inderogabile continuare a teorizzare e ben vengano i contributi attraverso testi, approfondimenti, studi di nostri colleghi, anche se ho l’impressione (e spero di sbagliarmi) che poco ancora arrivi di tutto ciò al “front line” quindi al lavoro sul campo. Aggiungo ancora che non si può che essere d’accordo con l’invito fatto dalla professoressa Dominelli di portare fuori le esperienze professionali effettuate in Italia purché queste siano connotate da quella sperimentazione innovativa che è certamente alla portata della nostra professione.
Concludo dicendo che la necessità di innovarsi senza rinnegarsi non è solo una questione di coerenza con le proprie radici professionali, ma è consapevolezza che la professione sino ad oggi ha ben “costruito e fondato” se stessa su principi, strumenti professionali, conoscenze e competenze oggettivamente valide e che partendo da queste che si deve proseguire verso un cambiamento che tenga conto dei contesti nei quali si opera e dei strumenti che si debbono possedere.
Dott. F. Paolo Gandolfo
Assistente Sociale presso il Comune di Erice (Tp)
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